4 Marzo 2021

ELIA Together 2021: We’re All in This Together!

Categoria: Eventi

di Silvia Giancola

 

L’edizione 2021 di ELIA Together si è conclusa da poco e mi sono presa un paio di giorni per raccogliere le idee. Sappiate che quanto racconto in questo articolo è frutto dei miei appunti e può contenere inesattezze, quindi bear with me :).

Dopo il caloroso benvenuto da parte degli organizzatori, Diego Cresceri e Carlos La Orden in primis, cui va riconosciuto il merito di essere spesso riusciti a farci dimenticare il distanziamento fisico, le danze si sono aperte con una vasta scelta di temi tra cui non è stato facile scegliere.

Ho seguito con interesse l’intervento di Nicole Sixdorf: una bella riflessione sulle difficoltà di comunicazione che spesso regnano nella catena della traduzione. Alcune considerazioni potrebbero sembrare scontate, ma non lo sono affatto.

Quante volte un traduttore esita nel chiedere spiegazioni perché teme di essere valutato poco competente, o perché non vuole “disturbare”, o ancora perché non ha tempo per sforzarsi di comprendere a fondo la richiesta del Project Manager o del cliente finale? Sono tutti atteggiamenti e superficialità che rischiano di rendere più difficile il lavoro di tutti.

Nicole ha anche messo in guardia dalle incomprensioni che possono nascere quando si comunica tra non madrelingua, quando si immagina un sottotesto, quando si elaborano retropensieri, quando si usano toni non appropriati. Per non parlare delle conseguenze nefaste che a volte possono generare reazioni a caldo, oppure risposte distratte, generiche, inconcludenti.

 

Gli effetti benefici della buona comunicazione tra traduttori e project manager

 

Nicole Sixdorf ha anche ribadito la potenza che si sprigiona quando siamo in grado di trasformare un atteggiamento passivo in una forza attiva. Quando la comunicazione si accende. Quando si costruisce un linguaggio comune. Prendendosi il tempo necessario. Facendo domande. Partecipando al processo.

Io, forte sostenitrice della collaborazione con le agenzie di traduzione, non posso che concordare sulla qualità del lavoro e sulla soddisfazione che nascono dall’intesa tra tutti gli stakeholder che sono parte dell’industria della traduzione. E mi riferisco a una logica di interrelazione partecipativa, fatta di scambio, di confronto, di impegno e di lavoro collettivo, che si traduca in costruzione di comunità, senso di appartenenza e relazioni win-win con tutti i soggetti coinvolti.

Ho trovato interessante anche la presentazione di Juremy, uno strumento di fatto su misura per i traduttori e la loro necessità di reperire terminologia (legale nello specifico, come si evince dal nome del tool) esatta con praticità e rapidità.

Si tratta di uno strumento che unifica le ricerche nelle principali risorse che l’Unione europea mette a disposizione online, ovvero IATE, EUR-Lex e le TM (Translation Memory, memorie di traduzione) disponibili online prodotte dalla DGT (Direzione Generale della Traduzione) dell’UE. È molto interessante l’approccio degli ideatori di questo nuovo strumento, proprio perché tiene conto delle nostre esigenze specifiche di ricercare concordanze esatte, riducendo drasticamente i tempi e senza triangolare su fonti diverse.

Altro intervento ricco di spunti è stato quello di Robert Sette dal titolo “Surviving as a quality-oriented translator in the age of technology“. Anche qui torna al centro la figura del traduttore e la sua capacità di reagire e adattarsi a un mondo in rapidissimo cambiamento in cui, oltretutto, “rush is the new norm” per citare Robert.

Alla domanda se la traduzione sia un’arte o un servizio, il relatore ha risposto “it’s a craft – è un mestiere”. Definizione con la quale mi trovo pienamente d’accordo: anche io concepisco il traduttore come un artigiano moderno che lavora con le parole per forgiare testi rispondenti alle necessità del committente. Come un sarto, un liutaio, un fabbro.

Robert ha anche sottolineato un aspetto di cui raramente si parla: la trappola dell’ultra specializzazione. Tradurre solo testi relativi ai sandali infradito (l’esempio è mio) può rivelarsi un’arma a doppio taglio, in quanto ci esclude automaticamente da infinite opportunità in altri ambiti. Robert invita quindi a non temere di allargare lo sguardo al di fuori del nostro settore di competenza. La Rete oggi offre moltissime opportunità, spesso gratuite, per reperire informazioni e strumenti con cui affrontare argomenti che non rientrerebbero propriamente nelle nostre specializzazioni pregresse.

Aggiungo che spesso l’ampliamento delle proprie conoscenze deriva dalla fiducia che un’agenzia ripone in noi nel momento in cui ci chiede di affrontare un argomento mai tradotto prima, magari accompagnandoci nella formazione con la messa a disposizione di riferimenti significativi o link a siti utili. Si capisce che credo nel lavoro di squadra vero? In effetti Robert ha chiuso il suo intervento dicendo “we’re in all this together”, che secondo me avrebbe potuto benissimo essere il titolo di questa edizione di ELIA 2021.

 

TM is here to stay

 

L’intervento di Nicole Loney “What does the rise of Machine Translation mean for the Freelance translator”, targato SDL è stato se non altro coraggioso. La machine translation è il convitato di pietra. Che si voglia o no, è il game changer del settore.

Qualunque sia il punto di vista per analizzare la questione, ossia come scelta sempre più frequente delle agenzie di proporre ai propri traduttori progetti di post-editing, oppure iniziativa dei traduttori stessi che decidono di implementarla per aumentare la propria produttività, si tratta ormai di uno strumento di mercato “that is here to stay”. Lo ha detto a chiare parole Nicole.

Mi sono piaciute alcune considerazioni, una fra tutte quella forse un po’ provocatoria che dalla traduzione automatica generata da motori specializzati il traduttore può trarre ispirazione (aggiungo io, esattamente come accade nella revisione di traduzioni altrui). Sacrilegio! urleranno molti. Io invece credo che occorra un approccio più aperto, disponibile e flessibile da parte di tutti, perché di machine translation ne parleremo ancora molto, questo è fuor di dubbio.

Ultimo intervento a cui ho assistito è stato quello di Maha El-Metwally per conto dell’ITI (Institute of Translation & Interpreting), associazione professionale che rappresenta traduttori, interpreti e aziende di servizi linguistici nel Regno Unito, che ha illustrato la situazione dell’interpretazione dal punto di vista normativo. In sintesi ha sottolineato come a oggi non esista uno standard unificato a livello internazionale per i servizi di interpretazione. Ogni associazione nazionale ha piuttosto attuato in autonomia nuove norme per far fronte alla situazione odierna in cui, con la mobilità annullata causa emergenza pandemica, gli eventi in presenza sono sospesi e il servizio di interpretazione viene svolto in remoto. Lo scopo è soprattutto quello di tutelare gli interpreti e le loro difficoltà nello svolgere il lavoro in condizioni audio e video molto difficili, facendosi oltre tutto carico delle spese per provvedere all’attrezzatura di solito fornita in loco.

Una tre giorni densa di eventi e di food for thought, che mi piace contribuire a diffondere, con spirito di servizio, per il beneficio comune. E sebbene a mio avviso la formazione debba essere anche un prezioso momento d’incontro tra colleghi e con gli altri soggetti del settore come agenzie, associazioni, istituzioni, e mondo accademico, secondo un’interazione resa difficoltosa dal formato online, di sicuro anche stavolta le occasioni non sono mancate. Alla prossima!

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